La scuola ticinese in crisi di identità - Gendotti a corto di argomenti
Che la scuola in generale sia in profonda crisi è risaputo, quella dell’obbligo e pubblica in Ticino poi, è da anni che è sotto accusa. Non si boccia più perché dicono che non serve a niente, il livello scende e resta basso, il rispetto dei docenti da parte degli allievi è ai minimi, chi prosegue la sua carriera di studente al liceo ha difficoltà enormi con tassi di bocciatura elevatissimi (a dimostrazione che la scuola media non prepara abbastanza bene), regolari risse e atti di bullisimo nelle scuole. Sulla scuola ticinese se ne sono dette già tante, a rilanciare l’argomento ci ha pensato il PPD, che durante una festa di partito, ha posto una serie di domande al capo dipartimento istruzione e cultura Gabriele Gendotti (quello che quando parla sbaglia sempre i congiuntivi, tanto per dare il buon esempio agli allievi ticinesi). Il Gabriele di Leventina ha risposto per le rime, affermando innanzitutto che di scuola si può parlare, ma non in una festa con tarallucci e vino. Invece no caro Gendotti, di scuola si parla proprio ovunque, soprattutto tra genitori preoccupati per i figli e per la loro sorte. E la scuola ticinese deve essere continuamente migliorata, anche perché nel confronto intercantonale il Ticino è sempre alle ultime posizioni. E perché la scuola ha questa funzione, persa da tempo: preparare le nuove generazioni a creare la società futura, tramite un’istruzione valida e completa. La scuola non può essere un passaggio obbligato, senza scopi e per riempire qualche anno degli allievi. Non vogliamo generazioni di smidollati e ragazzi ignoranti, solo perché la presunzione e cocciutaggine del capo dipartimento e del corpo docenti non ha permesso una dovuta riforma della scuola ticinese